Diving Holidays Egitto Sharm El-Sheikh

Sharm el-Sheikh e quel sudatissimo brevetto Open Water Diver

Non scrivo da più di dieci giorni e forse nemmeno oggi sarebbe il giorno giusto per ricominciare a farlo, ma c’è qualcosa di terapeutico nello scrivere, qualcosa che mi fa emozionare, mi rende triste e allo stesso tempo mi fa stare bene, qualcosa che mi fa leggere dentro di me più di quanto normalmente io sia in grado di fare.
Sono appena rientrata da Sharm el-Sheikh e chi mi conosce sa che i ritorni non sono la parte preferita dei miei viaggi. E anche stavolta è stato così.
Sono qui a casa da sola davanti al pc, fuori 5 gradi e le luci di Natale, solo qualche ora fa il mare, il cielo azzurro e il sole caldo dell’Egitto.
È stato un viaggio deciso all’improvviso, fuori da ogni programma, dettato da questa voglia di imparare qualcosa di nuovo, qualcosa che un po’ mi spaventava e un po’ mi affascinava, come tutte le cose più belle.
È nato così, mentre ero alle Maldive il mese scorso, guardando i subacquei sotto di me, io a pelo d’acqua e loro giù di decine di metri.
Avrei avuto voglia di farlo anche io, di seguirli, di scendere con loro, di osservare finalmente tutto quel mondo che è già così affascinante visto dall’alto, figuriamoci da così vicino.

L’idea di respirare con bombole e erogatore mi aveva sempre terrorizzata. Quella di essere decine di metri sott’acqua e senza il pieno controllo di quello che poteva succedermi non ne parliamo.
Mai avrei scommesso su me stessa, la subacquea era una di quelle cose che mi affascinava, ma che sarebbe sempre rimasta al di fuori della mia portata.
Poi c’è stato un periodo particolare, c’è stata la voglia di superare i miei limiti e di cercare di andare oltre.
Cercare di fare tutto quello che non avevo mai avuto il coraggio di fare, perché se tiri fuori le palle per uscire da un vortice che piano piano ti porta a fondo, un pochino ti senti invincibile. E ti viene voglia di provarci.

Io questa voglia di provare me la sentivo, ma non ero certa di essere in grado di riuscirci.
Ed infatti è stato un parto.
Per me tanto quanto per la mia istruttrice Federica che per due giorni ha sopportato le mie continue lamentele e che mi ha minacciata di non darmi il brevetto se non mi fossi applicata di più, che mi ha fatto il culo e mi ha lasciata muta per tutto il terzo giorni di lezione, giorno in cui i miei esercizi li ho finiti senza fiatare.
Lo racconto anche se mi sento un po’ stupida, e perché se ci penso adesso mi viene da sorridere.
È stata una di quelle cose che dici un “Ok lo faccio” un po’ buttato lì, e poi invece c’è qualcuno che ti prende in parola e tu ti ritrovi a doverlo fare sul serio. A volerlo fare sul serio.
Che se ci pensi è bello, che se ci pensi un po’ ti spaventa.

Tiran Island

Sarebbe stata la mia quarta volta a Sharm, ma l’ansia era la stessa di quando accompagnai il mio primo educational Francorosso nell’aprile del 2015.
L’hotel anche sarebbe stato lo stesso, il nostro SeaClub Royal Nubian Island, che questa volta però avrei visto solo la sera dopo il tramonto.
E qui inizio a mettermi di traverso, non immaginavo che il corso di subacquea mi impegnasse tutta la giornata, strappandomi dal sole, dal caldo, dalla comodità di una vacanza relax a cui ero sempre stata abituata.
Ma erano tante le cose che non avevo immaginato né calcolato prima di partire.
Non avevo immaginato che mi sarei dovuta alzare alle 6 e mezza ogni mattina, che avrei dovuto togliere la maschera a 10 metri di profondità, nuotare per un minuto a occhi chiusi, rimettermi la maschera e svuotarla dall’acqua. Non avevo immaginato nemmeno che mi sarei dovuta togliere l’erogatore dalla bocca sott’acqua, o che avrei dovuto simulare la fine dell’aria nella bombola. Non avevo calcolato la scomodità di una muta noleggiata che non era della taglia giusta, la fatica di infilarsela e sfilarsela tre volte al giorno, le dita delle mani che bruciavano per tutti i tagli, il vento che mi congelava ogni volta che mi spogliavo e mi rivestivo, il peso del Gav e delle bombole sulla schiena tanto che il primo giorno non sono nemmeno riuscita a raggiungere la riva da sola.
Mi sono lamentata, ho sbuffato a più non posso, ho fatto incazzare tutti.
E alla fine ho imparato.
Ho imparato che se anche togli la maschera sott’acqua, l’acqua nel naso non entra.
Che se anche togli l’erogatore sott’acqua, l’acqua in bocca non entra.
Che la muta più comoda la si può sempre comprare, che le bombole pesano solo in superficie e se ci si tuffa dalla barca invece che da riva è tutto molto più facile.
Ho imparato che lamentarsi non serve perché tanto alla fine le cose vanno fatte lo stesso. E si rischia solo di far perdere tempo a tutti.

Ho fatto un po’ la figa facendo credere che fare subacquea per me sarebbe stata una passeggiata quando invece la sera avevo già l’ansia per la mattina dopo, ho vinto paure che mai avrei immaginato di riuscire a superare, ho fatto cose che la maggior parte delle persone riesce a fare senza problemi, ma che io avevo sempre visto come ostacoli enormi.
Ho preso il mio brevetto di Open Water Diver in tre giorni e ho portato a casa una bella lezione, su me stessa soprattutto.
Mi sono finalmente goduta i due giorni successivi sott’acqua, niente più esercizi, solo silenzio, il blu del mare e la barriera corallina tutt’intorno.
Uno spettacolo unico. Una sensazione incredibile.
Anche con i miei problemi da principiante, la fatica di trovare la pesata giusta e di scendere sul fondo, l’incapacità di mantenere il giusto assetto, la maschera che non aderisce bene al viso e si riempie di acqua ogni cinque minuti. Vorrei essere capace di fare tutto e subito, come sempre, ma ora più che mai mi è chiaro che devo rispettare i miei tempi.

Nonostante un assetto non proprio elegante e un paio di soste di sicurezza mancate, essere lì sotto, a 18 metri di profondità, vedere i pesci a pochi centimetri, avere i coralli così vicini da poterli toccare, essere circondati da tutti quei colori, spostare lo sguardo da una parte e dall’altra per non perdersi nulla, tutto intorno il silenzio, calibrare il respiro per non consumare troppa aria, tenere la mano al tuo compagno di immersione perché ancora sott’acqua non ti senti sicura, rilassarsi, lasciarsi guidare e godersi finalmente quello spettacolo che tanto sognavi e che mai avresti pensato di vivere, tutto questo è stato meraviglioso. Tutto questo è valso i giorni di esercizi, il sole non preso, il tornare a casa bianca per la prima volta da una vacanza, la sveglia all’alba, la stanchezza e il freddo.

Sott’acqua è stato uno spettacolo, ma non è la sola cosa che mi porterò dietro di questa esperienza.
Ci sono Ale e Federica di Sharm Scuba Service che mi hanno sopportata per cinque giorni, un po’ cazziandomi e un po’ prendendomi in giro, e che se non ci fossero stati loro, e non solo, questo brevetto non lo avrei mai preso. C’è il tè caldo appena uscita dall’acqua quando non riuscivo a scaldarmi nemmeno con due asciugamani addosso, ci sono i pranzi squisiti sulla barca che come sempre avrei divorato tutto, c’è lo staff egiziano che mi aiutava con l’attrezzatura che pesava più di me, ci sono i momenti di relax sul ponte tra un’immersione e l’altra, il sole che andava e veniva, ma che comunque per la prima volta sembrava non volersi attaccare mai a me, le risate appena riemersa dall’acqua perché la corrente mi stava portando via mentre a me pareva di nuotare velocissima, le dormite sulla barca prima di arrivare in porto, i transfer in minibus che sembravano non finire mai, i tramonti che immancabilmente ogni sera mi perdevo perché si arrivava in hotel quasi con il buio, ma che mi godevo dal finestrino del bus che ci riportava indietro.
Stanca, felice, soddisfatta, anche un po’ esaltata come una bambina per essere scesa a 22 metri con un brevetto da 18.
E consapevole di essere andata oltre i miei limiti, mentali, e di aver dimostrato a me stessa che nessun obbiettivo è impossibile se lo si vuole davvero, o, quantomeno, se ci si impegna ad ottenerlo.

Farsha Cafè, Sharm

C’è stato il mare, tanto mare. E poi c’è stata Sharm.
Un posto che amo e non so nemmeno perché.
C’è stata Sharm e le passeggiata a Naama Bay, con le sue luci, la musica, i locali, e porca miseria quanto mi mancava.
C’è stato l’aperitivo al Farsha Cafè, che posto, con il mojito più buono della città, il narghilè, quella sua atmosfera unica, le luci soffuse, la vista pazzesca sul mare. Quelle serate che vorresti semplicemente schiacciare Stop e fermare il tempo all’infinito.
C’è stata Sharm vecchia che ho adorato e che l’ultima volta che ci ero stata era fatiscente, la sua nuova moschea immacolata, le strade ripulite, l’ottima cena di pesce al termine del corso insieme a tutti gli altri subacquei, ci sono state le birre in hotel e la cena al ristorante libanese che non vedevo l’ora di provare.

E poi c’è stato l’Egitto, cazzo l’Egitto, finalmente con gli aerei pieni di gente, finalmente di nuovo alla ribalta, con gli hotel pieni, i suoi trenta gradi a novembre, il sole che ti scalda l’anima, la barriera corallina, i tramonti infuocati, la cucina mediorientale che adoro, i ricordi delle mie prime vacanze qui che si sommano a quelli di questa settimana che per tante cose resterà indelebile, di quelle che vivrei ancora e ancora senza possibilità di stancarmene.

Sono andata a Sharm e ho preso il brevetto di sub. E se ci penso mi viene ancora adesso la pelle d’oca.

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